Scrive Manina Giuliotti:

“Siamo un popolo avvezzo al bello: i nostri occhi si riempiono delle immagini stupende che giungono all’ animo, lo ristorano, lo placano, lo stimolano. Bellonon è solo quello che nella natura ci stupisce, ma anche ogni testimonianza che fa storia e memoria del nostro transito terreno. Riconosciamo l’armonia, non solo nelle magnificenze dei nostri luoghi incomparabili, ma sappiamo coglierla transitando dovunque incontriamo l’incanto che suscita in noi stupore e meraviglia”.

Con questa premessa, ci propone una bella pagina di suo fratello Giovanni, un forte pittore dotato di una non comune sensibilità.

Un napoletano a Venezia

Chi scrive è poco incline a farsi rapire lo sguardo dalle suggestioni ottiche insite nei paesaggi plasmati dalla natura e limati dal tempo che quasi ipnotizzano i turisti stranieri, perché la sua città è fra questi luoghi. Sono passati quasi vent’anni da quando mi recai a Venezia per ritirare un premio e la memoria ha immagazzinato il senso di stupore che provai man mano che la laguna si apriva davanti alla prua dell’imbarcazione che scivolava sulle acque uniformi.

Avvolta da un sottile velo di bruma, che non le toglieva il suggestivo risalto, la Basilica  di San Marco captò il mio sguardo più di ogni altro edificio storico e il mio intuito mi suggerì che quello fosse il vero emblema di Venezia. Addentrandomi nei circa quattromila metri quadri rivestiti di mosaici e di alabastro striato, mi venne in mente quanto ebbe a dire su San Marco il noto letterato francese Teophil Gautier in “Viaggi in Italia”. L ‘autore di Capitan Fracassa si domandava, senza saper rispondere, se si trovasse in un luogo di culto o piuttosto in una “caverna d’oro, incrostata di gemme, splendida e cupa, scintillante e insieme misteriosa: un edificio o un immenso cofano di gemme, tanto l’idea dell’architettura è qui superata”. Sarà stata la suggestione esercitata dalle parole di Gautier, il clima mistico che si respirava sia all’esterno che all’interno del complesso monumentale, non lo saprei dire, fatto sta che anch’io trovavo difficoltà a collocare stilisticamente la Basilica, tanto i suoi elementi erano discordanti fra loro. Inutilmente lo sguardo si fece più attento, analizzando singolarmente le strutture dell’edificio; non trovavo nemmeno un semplice richiamo idoneo a definirlo stilisticamente: salvo l’esaltazione del concetto religioso che trapelava netto da ciascun elemento, non esisteva nessun comun denominatore che permettesse di dare una collocazione di tempo e di spazio al fantastico luogo di credenza. Le cinque cupole si staccavano dalla struttura orizzontale della chiesa, dandole parvenza d’arte orientale, mentre i poderosi archi di gusto romanico, che si aprivano sulla facciata, rifiutavano ogni connubio stilistico con le prime. Ma, più delle colonne policrome di marmo che, con i capitelli corinzi e bronzei, sorreggevano le vaste arcate e più dei costoni e delle architravi ricoperti di smalti e cubi di cristallo, a colpirmi fu il colore che avvolgeva l’esterno di San Marco.

L’oro dei mosaici si spezzava giocando con l’azzurro e il violaceo delle pietre levigate che, dal punto dove mi trovavo, quasi pareva non avessero peso, ma formassero un tutt’uno con le strutture architettoniche, illusoriamente alleggerite da quel luminoso contrasto cromatico. Dalle diversità dei dipinti che si notavano all’interno, capii che la Basilica era parto di più concezioni e che la sua edificazione aveva vissuto tempi lunghi e diverse tendenze artistiche. Solo nel 1800, infatti, il luogo divenne la chiesa più importante di Venezia. Ma San Marco non era solo questo. Le tombe dei Dogi, i trofei di guerra, le statue che ricoprono un arco di tempo lunghissimo, ne fanno l’archivio, o meglio, il Museo dei Veneziani e della loro Storia                                                 

Giovanni Giuliotti

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