Maradona poteva essere Maradona solo a Napoli. Troppo simili, lui e la città, nel carisma, nel genio e perfino nella sregolatezza

Io non mi posso definire un tifoso del calcio. Non lo sono infatti mai stato. Se un giorno si scoprisse che il tifo calcistico viene trasmesso per ereditarietà mi spiegherei perché non ho mai sofferto di questa piacevole e inguaribile malattia. Mio padre, pur essendo un verace napoletano del centro storico e pur esultando quando la squadra della sua città vinceva, non si è mai recato allo stadio per assistere ad una partita. A me è capitato una sola volta di farlo, tantissimi anni fa, in occasione di una amichevole del Napoli. In tutta sincerità più che per la partita in sè mi ci recai per vedere da vicino il comportamento dei tifosi che, più del resto, mi incuriosiva. L’impressione che ne riportai fu gradevole ma non tanto da appassionarmi allo sport più popolare presso gli italiani. Non sfuggii tuttavia alla grande emozione collettiva che visse la città quando il Napoli di Maradona conquistò i suoi primi due scudetti. Emozione che giorni fa si è ripetuta quando, contagiato dal clima che si respira in città da mesi, ho acquistato due bandiere: una inneggiante alla squadra del Napoli e l’altra al suo profeta, un inimitabile calciatore la cui storia umana mi ha sempre ispirato simpatia e una forte tenerezza.

Non contento ho riprodotto poi su tela il ritratto giovanile di quell’artista straordinario del pallone che é stato il Pibe de oro: nella foto che ho preso a modello per il quadro, il campione indossava la maglia dall’Argentina ed io mi sono preso la libertà di cambiargliela sostituendo la maglia della nazionale con quella del Napoli, quasi un’appropriazione, come a voler dire Diego, simbolo di Napoli e della napoletanità appartiene anche a noi. Così è stato infatti fin dal 5 luglio del 1984 quando il più grande calciatore di tutti i tempi fece il suo primo ingresso allo stadio San Paolo. Dieguito appartiene infatti anche a noi non solo perché ci ha fatto vincere due scudetti, ma perché per temperamento e carattere. Egli stesso si sentiva napoletano, anzi quasi un napoletano nato per caso in Argentina. Ammissione, quella di sentirsi napoletano, da lui fatta più volte che, se deliziava i suoi tifosi, diventava però motivo di rancorosa invidia nei confronti dello stesso Maradona, della squadra e della città.Il suo sincero amore per Napoli aveva probabilmente radici lontane. L’infanzia di Diego era stata quella di uno scugnizzo nato e vissuto nella periferia povera e disagiata di Buenos Aires. Un’infanzia molto simile a quella di tanti umili scugnizzi napoletani che gli permetteva di capire l’indole del popolo che lo adorava e di sentirsi intimamente vicino ad esso.Nell’immaginario collettivo della nostra gente egli rappresentava l’ansia di riscatto (parola di cui forse si è abusato, ma che rispecchia il pensiero di tantissimi partenopei) nei confronti di coloro che Napoli l’hanno sempre guardata con sufficienza o addirittura con disprezzo.Maradona, quindi, come bandiera, come gonfalone di una città che, finalmente, anche grazie a lui, rialza la testa e crede in sè stessa.

Ma anche l’amore e l’adorazione quando diventano eccessivi possono soffocare l’oggetto del loro desiderio. Cosa che accadde a Maradona quando, stritolato dal troppo affetto, ma soprattutto dai suoi fantasmi e dalle sue sregolatezze, dovette arrendersi all’evidenza che il suo meraviglioso rapporto con la squadra del Napoli era finito. Era finito ancor prima della famosa squalifica di 15 mesi seguita al controllo antidoping. Rimaneva, però, il rapporto con la città, con i suoi tifosi. E questo non è mai finito. Non è mai morto, come non è morto Maradona nel ricordo dei suoi fratelli napoletani.

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