Peppino De Filippo: autore e attore all’ombra di una maschera

Talvolta, non spessissimo in realtà, ma qualche volta, può capitare che un autore venga folgorato da un’intuizione, un’idea, una visione nella quale gli elementi indefiniti e nebulosi di quella sensazione di stupore e illuminazione vanno sistemandosi in maniera del tutto naturale, strutturandosi, prendendo vita in maniera quasi spontanea e istintiva, come se quella fosse da sempre la loro precisa collocazione naturale nel tempo e nello spazio. È stato così per Felice Sciosciammocca, il personaggio creato da Eduardo Scarpetta; è stato così per Totò, la maschera che Antonio De Curtis cucì su se stesso; ed è stato così per Pappagone, il personaggio ideato da Peppino De Filippo.

E se è vero che quelle intuizioni, quei personaggi farseschi, sono pur sempre figlie e prodotti degli uomini che le hanno generate, è anche vero che ciascuno è per gli altri come la maschera che indossa; in altri termini, si può dire che ciascuno di noi vede degli altri solo quello che è in bella mostra. E così la popolarità delle maschere sopracitate ha fatto in modo che il carattere di queste venisse erroneamente esteso a coloro che le hanno interpretate.

«Pappagone, come ebbe ad affermare lo stesso Peppino De Filippo, è stato un personaggio ingombrante. Nonostante amasse il personaggio da lui stesso creato, non voleva che le persone, critica e spettatori, finissero con l’identificarlo con quella maschera, come, in effetti stava accadendo».

Queste sono le parole di Ciro Borrelli, autore del volume Peppino De Filippo tra palcoscenico e cinepresa, pubblicato da Kairós Edizioni, che mira ad indagare e a far conoscere al pubblico la figura di Peppino De Filippo, troppo a lungo passata sotto traccia e troppo spesso confusa con la sua maschera, ovvero quella di Pappagone.

«Un autore dal talento smisurato, di farse e commedie, teatrale, cinematografico nonché televisivo, ma anche scrittore di fiabe, di canzoni come Paese mio. Un autore estremamente eclettico, versato in tante forme dell’arte» afferma la professoressa Giuseppina Scognamiglio, docente di Letteratura Teatrale Italiana presso la Federico II di Napoli e autrice di un prezioso contributo che arricchisce il volume di Ciro Borrelli.

«Un altro aspetto poco noto di Peppino De Filippo», continua la docente, «è quello di poeta, anzi “verseggiatore” -come lui stesso si definiva. Si tratta di poesie molto intense e delicate, dalle quali sono state tratte anche alcune canzoni. Un autore straordinario, dunque, dall’immenso talento e che non deve essere legato dallo stereotipo della maschera, da lui creata, di Pappagone. Si tratta, quindi, di un artista completo e il libro di Ciro Borrelli dimostra la versatilità enorme, smisurata, di Peppino De Filippo».

Un percorso, quello di Peppino De Filippo, che ha visto accostati il successo e la notorietà al fraintendimento e, paradossalmente, alla svalutazione del valore artistico della sua opera, sia a causa del pregiudizio di quella parte della critica che identifica la popolarità con la grettezza, sia -soprattutto- a causa di quel fratello maggiore, con il quale finì per scontrarsi, il cui nome ingombrante finisce sistematicamente per mettere in ombra le virtù del minore, come se il valore dell’uno fosse necessariamente negazione e deprezzamento dell’altro.

Ma Peppino De Filippo, al di là del giudizio di una critica fuori dal mondo e fuori dal proprio tempo, resta e resterà nel cuore dei napoletani e degli italiani tutti per la sua incredibile capacità di ironizzare e ridere della quotidianità, di quegli aspetti e meccanismi che caratterizzano la vita di ciascuno, con semplicità, intelligenza e leggerezza.

Un volume, dunque, da apprezzare, comprendere e ricordare.

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