L’importanza dell’ingegnere del suono

Ingegnere del suono: chi è costui? Part da una parafrasi manzoniana per spiegare una professione relativamente nuova, legata alla tecnologia, che esiste dalla seconda metà del secolo scorso. Pensate che tutta la musica che ascoltate dalla radio, dalla TV, dai CD, dal computer o dal web è frutto del lavoro di un ingegnere del suono. Gli artisti sono i protagonisti, questo è vero, ma chi traduce in suono le loro opere è un operatore tecnico, che deve padroneggiare delle apparecchiature che materialmente registrano i suoni, le voci, gli strumenti.

Per spiegare bene in cosa consiste il lavoro dell’ingegnere del suono è comunque necessario dare delle informazioni storiche sulla registrazione.

L’invenzione risale al 1876, ad opera di Thomas Edison che brevettò il fonografo, strumento che registrava i suoni su rullo di alluminio. Da allora i sistemi si sono evoluti moltissimo, ma è solo dalla metà del ‘900 che possiamo parlare di studi, di registrazione o di diffusione radiofonica, forniti di apparecchi per la registrazione azionati da un tecnico, che da allora veniva anche chiamato fonico. Sono, quindi, comparsi i primi microfoni di una certa qualità e i registratori hanno iniziato a funzionare con i nastri magnetici, sistema che è durato per almeno una sessantina d’anni, fino al nuovo millennio. Gli studi di registrazione si sono, poi, dotati di molti microfoni, di mixer con molti canali, di effetti esterni di vari tipi, per definire e manipolare sempre di più il suono. Oggi il suono lo si registra tramite i computer, su hard disk.

La figura dell’ingegnere del suono si è, quindi, arricchita dell’aspetto informatico, ma ciò che non è cambiato sono i microfoni, i preamplificatori esterni, i mixer professionali, che sostanzialmente sono molto simili ai loro progenitori dei decenni passati, sebbene un tantino più complessi.

Quello che è l’aspetto più affascinante di tale professione è, a mio parere, che la ripresa del suono non è un fatto passivo e tecnico, ma una vera e propria Arte, che può valorizzare il suono di un’orchestra classica quanto di un brano pop o rock, aggiungendo colore, dinamica, facendolo “rivivere” il più possibile. Poter decidere il microfono più adatto o in che posizione vada messo rispetto al musicista che suona o canta, incide radicalmente sulla qualità di un disco e può valorizzare o annullare le qualità di qualunque artista.

Mi preme confessare che, l’essere, prima che ingegnere elettronico, pianista professionista è, per me, un elemento di grande aiuto nella relazione con l’artista, in quanto mi permette di comprendere con faciltà cosa cogliere, oltre a consentirmi di  “ascoltare con le orecchie e la sensibilità del musicista”  e di parlare con quest’ultimo nella sua stessa lingua, quella della musica. Un aspetto, questo, che mi ha regalato enormi soddisfazioni e apprezzamenti da encomiabili Maestri come Roberto de Simone e Riccardo Muti.

Un aspetto di fondamentale importanza di tale professione è, dunque, quello umano: l’ingegnere del suono ha il compito di porsi essere sempre in modo positivo e propositivo,  trasmettendo tranquillità,  ponendo a proprio agio gli artisti e risolvendo i problemi, cercando di dare consigli senza mai urtare la sensibilità altrui.

Dal mio canto, il poter passare dalla musica classica, al jazz, dalla musica folk, alla techno o al rap ha rappresentato e rappresenta un’esperienza totalizzante, che ho sempre vissuto nel massimo rispetto di qualunque artista. Non esiste un genere musicale minore, da qualunque tipo di musica c’è sempre da imparare per migliorarsi.

Vorrei dare un piccolo consiglio a chi voglia intraprendere questa professione.  Ai miei tempi, il lavoro dell’ingegnere del suono lo si cominciava imparando da chi c’era prima di noi, andando negli altri studi ad ascoltare e a guardare attentamente come si muovevano i fonici di una volta, quelli che con pochi microfoni ti facevano sentire tutto. Avete presente le registrazioni live di Senza Rete degli anni ’60-‘70? Ecco, parlo di quelle, che, oggi, potete riascoltare su Youtube. Lo si imparava ascoltando i tanti dischi storici con sinfonie o opere liriche registrate con due microfoni. Ci voleva, però, l’abilità, il gusto e la sensibilità di cogliere i punti migliori di ripresa, e questa non era una cosa che si improvvisava. Oggi ci si compra un computer, qualche microfono, ed  ecco spuntare un nuovo studio di registrazione, oppure si registra a casa propria. Si guarda qualche video, spesso fatto da chi non ha mai veramente lavorato in studio, ed i risultati sono senza dubbio pessimi.

“Eh, ma quanto mi costerebbe andare in uno studio professionale ?” Molto meno di quello che si crede, con un guadagno enorme sul proprio prodotto e sulle capacità di “sfondare” e di confrontarsi con il meglio che si trova in giro. Accontentarsi è sempre una cosa che mortifica l’arte e la creatività. Non so chi l’abbia detto ma, prima di chiedervi quanto costa un professionista, pensate ai danni che causano il dilettantismo e l’improvvisazione.  Ponetevi sempre questa domanda, prima di decidere.

Buona musica a tutti.

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