Guido Infante Il ceramista maiuscolo, che ha inventato i calchi di cielo prima ancora di farsi viandante nell’universo dei mondi

Il ceramista maiuscolo, l’amico che per mezzo secolo mi piacque connotare cosi, distinguendolo da molti, che mai furono come lui originali, è uscito dal mondo, rimpianto da quelli che lo amarono e che ne apprezzarono sentimenti ed ingegno.

Le mani dell’arte magnifiche cose fanno, ma se la Grazia non le eleva alla poesia, hanno prezzo e mercato, restando intanto lontane dal dialogo con le logiche dell’universo. Quelle sorridono all’appassionata passione che va umilmente testimoniando di averle intese. Guido apprese per intuito e costante esercizio a bottega, cogliendo a volo i segreti del mestiere e investigando con i piedini di un fanciullo, che non ha avuto ancora accesso alla scuola del’obbligo, quei grumi che si annidavano negli impasti di argilla ancora liquida, versata nelle apposite cassette di legno. Sveglio d’occhi, abile nelle mani creative, mirava a carpire quei segreti del mestiere che valgono a ben fare, a proporre l’ammirata perfezione, cui rende onore il facile positivo giudizio, sollecitato a scegliere l’appariscenza.

Chi plasma la creta come fece Prometeo, colui che prima pensa, anticipando nelle religioni creazioniste quel modellare a immagine e somiglianza, impastando gli umori della terra con divine mani, bene intende il senso dell’opera di Guido che convenimmo di definire: Cretazione.

Il lavoro che procede dalle Origini si fonda dosando le radici della vita commiste in mirabili plastiche che suscitano meraviglia. Lo scultore ceramista ritrova l’Archè e da quello investiga il mistero della vita, che principia proprio dove si conciliano la Regola e il Desiderio.

La Regola significa, nelle divine proporzioni, l’universale lingua di Dio che, come afferma Galilei, parla per geometrici segni e per numeri eletti e così fuori dalla Babele delle lingue mostra che la Sua già c’era prima del Principio e resterà ben oltre l’estinzione dell’ultima superstite galassia, nella Sua Mente esperta di cifre metafisiche, senza le quali il mondo non sarebbe.

Volli che Guido così scrivesse il vocabolo desiderio: d’es-id-er-io, che vale a confermare il valore dell’Io come effetto dell’Es, vitale istinto di conservazione, dell’Id, che congiunge vedere con sapere, e dell’Er, radice eterna d’Eros e d’Eroe.

Guido Infante intuì che la pratica della perfezione culminava nel senso del fatto per , visibile e utilizzabile.

Secondo la natura delle cose, ciò che è uscito dalle mani del felice artigiano è perfetto e da quel momento può solo degradare in metamorfosi.

Scelse quindi di operare sul manufatto perfetto, deformandolo ad arte secondo le sue esigenze di sospensioni metamorfiche e metanamorfiche. Fu quindi poeta della vita dove ferve nei transiti spazio-temporali.

Si fermò dove il cuore e la mente gli consentivano di contemplare il suo lavoro in azione e solo a quel punto gli donò quelle patine elette che ammantano la scultura di meraviglie di cieli,  di terre e di mari.

Ci propose quindi i suoi calchi di cielo, con gli stupefacenti aggregati di conchiglie, i frantumi di rocce, i frammenti di porcellane che, anche nelle dimensioni minuscole, fecero poesia dell’ineffabile. Artista, alchimista, docente, restauratore d’opere museali, restò fedele al tornio e all’audacia con la quale lanciava gli ossidi nei forni accesi, descrivendo ai presenti quello che sarebbe accaduto e dimostrando di avere ragione.  

Caro Guido, ti abbiamo conosciuto uomo d’amore, fedele all’ideale della famiglia, della moglie, amatissima compagna, fiera dei tuoi progressi, dei figli che vantavi con orgoglio e dei nipoti nati per auspicata miglior sorte.

I tuoi doni d’arte sono stati formativi per la conoscenza dell’armonia che il Creatore volle donare agli occhi del primo Uomo plasmato d’argilla e reso vivo con il soffio divino che lo trasformò in umana carne.

Guido Infante imparò a farsi maestro, si fece uomo d’amore, apprese note di strumenti a fiato per essere nella musica della banda cittadina, ma brandì presto l’arma del tornietto, di cui si fregiava per il suo lavoro distintivo di artista, maestro scultore di ceramica e di preziose porcellane; donò amore, ricevette amore riconoscente ed amicizia disinteressata .

Magnificò trionfi della fede cristiana nello stupore delle cattedrali. Formò Viae Crucis, resistette ai mali invasivi degli anni separati dall’amata consorte, confortato però dall’immenso amore dei figli e soprattutto dei nipoti, ammiratori dell’opera del nonno.

Guido è partito. Chissà dove ha celato il tornio che farà roteare vorticosamente, plasmando vasi d’eternità, dialogando con la fonte della Creazione che lo volle creativo. Intanto, come era solito ammiccare, può confermare: non morirò del tutto. Mi dispoglio solo del soffrire: molta parte di me lo affido ai miei cari e alle testimonianze del ben fare, che mi fu caro nell’attraversamento, dall’ingresso all’uscita dal mondo. Il grande dono che mi fu concesso, l’ho moltiplicato come nel Vangelo meritò la lode chi fece fruttificare i talenti a lui affidati.

Ti salutiamo, formatore di impasti arditamente patinati e di allievi cui giova il tuo ricordo.

Angelo Calabrese

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